Sin dalla prima infanzia vedevo peggio degli altri bambini, ma nessuno se ne accorgeva poiché ero abituata ad adattarmi istintivamente alla quotidianità della mia particolare condizione. Facevo tutto, come gli altri, ma con grande difficoltà. Ho sempre pensato che non vi fosse differenza tra me e loro, tranne per il fatto che sembravano tanto più abili di me. Ero stupita dai bambini in bicicletta, che non cozzavano contro gli ostacoli, mi sembrava incredibile come riuscissero dopo le scorribande nel cortile a tornare soli a casa la sera, al buio. Io, già prima dell’imbrunire, guardavo impaurita il cielo, calcolando a mio modo quando andare a casa, sicuramente prima degli altri ragazzi. Nella penombra infatti non avrei visto nulla. E tutti che mi credevano una bambina ubbidiente, una bambina che non occorreva richiamare a cena a suon di urla…
Avevo un caro zio, Mito, cugino di mio padre, che era il primario del reparto di oculistica per bambini del famoso ospedale di Trieste Burlo Garofolo. Gli dicevamo che vedevo e non vedevo, ma a quel tempo nemmeno lui riusciva a spiegarselo.
Alcuni anni dopo abbiamo scoperto che pure mio fratello aveva gli stessi disturbi alla vista. Per fortuna gli è stata risparmiata almeno l’infanzia. Infatti lui ha incominciato a non vedere più bene nell’adolescenza… Il mio caro fratello era la persona che più di tutti sin da piccolo mi capiva e sapeva aiutare, anche quando ancora ci vedeva bene. Tutt’ora ci lega una straordinaria solidarietà: concreta, affettiva e morale.
All'età di 19 anni i medici oculistici sono finalmente riusciti a fare una diagnosi: retinite pigmentosa con la sindrome di Usher. La scienza era ormai progredita e si disponeva di strumenti adeguati per identificare questo tipo di malattia. È solo allora che mi sono resa finalmente conto di non essere né lenta di comprensione né goffamente imbarazzante, ma che ho una malattia progressiva, incurabile, che con gli anni mi avrebbe portato alla cecità e alla sordità.
Il primo ad apprendere la difficile notizia fu il papà, che insieme alla mamma ce lo comunicarono con la saggezza del cuore che tanto ama, in modo nonostante tutto sereno e coraggioso, anche se a quel tempo non eravamo in grado di renderci pienamente conto di cosa ciò avrebbe comportato. In realtà, ancora oggi non sono completamente consapevole della mia situazione. Ormai questa malattia mi accompagna da sempre e non credo abbia senso rimuginarci, poiché l'uomo è capace di cose incredibili, specialmente quando affronta situazioni impossibili. Non è un caso che fin dall'infanzia i miei ispiratori siano stati le forti personalità di Helen Keller, insegnante e scrittrice cieca e sorda, e Stephen Hawking, cosmologo paralizzato dalla sclerosi.
La mia vita non può mai essere noiosa. È però molto impegnativa anche nelle più banali attività quotidiane. In queste mansioni l’apporto del cervello è fondamentale, insostituibile. Lo scarso udito e la vista hanno fatto sì che si siano sviluppati in me gli altri sensi, non per ultimi l’intuito e la memoria.
Lo sforzo costante di sopperire alle mancanze oggettive stanca molto il cervello, e, qualche anno fa in un complesso momento della vita le difficoltà hanno richiamato in me i colori ed un foglio bianco. È successo in un attimo: da un armadio ho preso dei vecchi pastelli ad olio, un liscio foglio, e, con una musica nelle orecchie ho lasciato andare una danza dalle mani e dalle dita che ha fatto nascere il mio primo quadro.
Da allora ho creato molti dipinti e tanti altri stanno sgorgando, poiché l’impeto di felicità creativa continua a scorrere. Il mio cervello è finalmente in vacanza, durante il disegno posso completamente rilassarmi e seguire meravigliosi viaggi nell'interiore mondo spirituale. Qui non c'è pericolo che io corra o colpisca qualcosa di inaspettato, posso abbandonare la tensione nell'individuare intorno a me un concreto mondo invisibile. In questo mio universo interiore, l’invisibile diventa visibile ed il risultato sono le immagini. Le percepisco frammentariamente, poiché ho un campo visivo fortemente degradato e non distinguo molto bene i colori. La memoria ha in questo un ruolo importante, ricrea una forte dimensione espressiva.
Parenti e amici mi hanno consigliato di mostrare i dipinti a
qualcuno. E così mi sono rivolta all'artista triestina Jasna Merkù,
che è diventata mia preziosa amica. Jasna possiede un’incredibile
capacità di "lettura" delle mie sensazioni interiori. Altrettanto
importante per il mio cammino artistico è l’artista Franco Žerjal,
anch'egli diventato un grande amico, che mi ha sempre incoraggiato
aiutandomi a combattere la timidezza, accompagnandomi in questa nuova
avventura nell’immenso mondo della creatività. Senza di essi i miei
quadri non avrebbero mai visto la luce.
Grazie.
Ed ora un breve accenno alla tecnica ed al materiale.
I colori che uso sono colori elementari, il rosso, il blu ed il
giallo. Si tratta di pastelli ad olio che sul liscio foglio bianco o
sulla bianca superfice plastificata sotto la pressione dei
polpastrelli e dei palmi delle mani si sciolgono e si rincorrono,
danzando al ritmo della musica. Spesso e volentieri tutto il mio
corpo si muove, aderendo all’energia creativa, impregnando i quadri
di un’ulteriore forma e messaggio non verbali, spirituali. Tutti i
dipinti sono frutto della spontaneità, infatti la parte razionale del
mio cervello durante la creazione riposa.
Per le sfumature bianche
uso il pastello ad olio bianco, ma sempre più frequentemente mi sono
d’aiuto le salviettine di carta con le quali strisciando sui colori
del quadro creo svariate forme astratte ispirata allo stato d’animo
del momento.
Detto questo oso affermare che la tecnica usata è principalmente istintiva e primordiale, molto vicina all’anima dei bambini ed alle tribù aborigene.
Molto semplice e liberatoria.